martedì 15 aprile 2014

Lettera aperta alla mia famiglia (e a tutti coloro che amo)

Pubblico questa lettera su internet, a completa disponibilità di chiunque voglia leggere ciò che contiene, non perché non creda nell'importanza della riservatezza che determinati discorsi richiedono, ma perché è proprio tale lettera a segnare quello che per me è, o vuole essere, un punto di svolta, un cambiamento importante.
In queste righe, metto tutto me stesso. Voglio mostrarmi a tutti, e non solo a chi è pronto ad accettarmi, e in modo completo, puro, finito. Tutti noi scegliamo di mostrare solo una parte di noi alle persone che ci circondano. Ognuno ci guarda dai filtri che noi abbiamo scelto di porre nella sua angolazione, e questo crea la nostra immagine sociale, ciò per cui disperatamente tutti ci danniamo da quando siamo stati messi al mondo. Nessun filtro, da oggi in poi.

Questa è tutta la verità.

E nelle mie parole ognuno di voi troverà qualcosa che, più o meno marcatamente, lo riguarda da vicino, nel personale. Chiunque tu sia a leggere, dunque, ti invito a farlo in un momento di solitudine, di tranquillità e, per quanto possibile, buon umore. Non perché io cerchi di falsificare le carte, approfittando dei momenti più opportuni per far passare il mio messaggio senza contrasti, ma perché le mie saranno solo parole d'amore, e l'amore non può e non deve passare attraverso la fitta nebbia dell'apatia e del fastidio.
Cerca, se puoi, di mantenere sempre il sorriso, durante questa lettura. E se saranno lacrime, che siano lacrime di gioia e crescita.

Durante questi ultimi mesi, a causa delle mie scelte personali (o a causa delle altrui non-scelte?) ne ho sentite, è proprio il caso di dirlo, di cotte e di crude. Dagli insulti ai complimenti, dalle offese ai sorrisi affettuosi, dallo scherno nascosto (male) alla indifferenza. Ma di tutto ciò, le cose che più mi hanno ferito sono avvenute tra coloro i quali - così mi avevano sempre insegnato - avrebbero dovuto accettare, capire e soprattutto ascoltare. E' in famiglia, attualmente, il mio più grande disagio.
Nulla, tuttavia, mi ha ferito realmente, e spero che, leggendo avanti, capirete perché.

Riguardo le presunte motivazioni delle mie scelte, sappiamo tutti benissimo che la cosa che più spesso si è detta, e sempre pensata è che "da quando è morta tua madre...".
Tutto accade per un motivo, perché tutto, in realtà, esiste già. Il tempo è una nostra illusione, una percezione che non trova riscontro nei calcoli fisici e metafisici. Tutto è dunque già accaduto, sia nel passato, così come nel presente. Molto più complesso dunque del "tutto accade per un motivo", perché dovremmo invece dire "tutto è indispensabile al tutto".
Quando, circa un anno fa, il corpo di mamma si è arreso alla non-vita (almeno secondo la nostra limitata percezione), siamo rimasti tutti scottati, tutti con qualcosa in meno (ma anche qualcosa in più), e tutti, a nostro modo, abbiamo affrontato il dolore, la paura, la tristezza. Ognuno ha raccolto i propri cocci, si è seduto un po' a riflettere, ha pianto, e poi ha continuato a vivere la sua vita, con questo nuovo bagaglio sul cuore, e questo ennesimo ricordo di una persona che mai ci basterebbe quel "secondo in più" che tutti noi, nel nostro intimo, chiediamo a Dio.
Durante gli ultimi suoi mesi di vita, il cambiamento che universalmente abbiamo provato è stato un totale stravolgimento delle priorità della nostra vita. Non più i soldi, non più le nostre cose, non più i nostri interessi, erano in cima alla piramide.
Prima di tutto ciò, personalmente, mi occupavo di tante cose. Dalle per me più importanti questioni sul mentalismo e sull'ipnosi, fino ai piccoli interessi che potevano andare dal gioco del backgammon ad un saltuario interesse per gli origami e il cubo di Rubik.
Tutto è caduto, come un enorme castello di carte. Tutto è caduto senza sostegno, perché tutto incorniciava quello che incorniciano due carte in equilibrio: il vuoto.
Una sola cosa è rimasta in piedi dopo questa terribile tempesta. La questione dei diritti animali. E l'interesse per l'alimentazione etica e sana, come ogni altra cosa ad essa connessa (la prigionia e la tortura legalizzata di esseri senzienti all'interno di laboratori, circhi e zoo, per esempio), è continuata a persistere. Ricordo come ieri i momenti in cui, seduto sul letto con la porta aperta per intervenire in caso di bisogno, leggevo libri e libri su questi argomenti, con il perenne sottofondo dell'agonia che mamma perennemente provava.
Tenendo le sue mani tra le mie, cercando per quanto possibile di consolare i dolori e le afflizioni, la paura e lo smarrimento mentale, tutta la mia vita è cambiata. Non ne ero tuttavia consapevole, in quei giorni. Ma quando, dopo settimane dal nostro lutto, provai a chiedermi "Dunque, dove mi trovo?", la risposta fu diversa dalle mie aspettative.
Tutto cambiò in fretta, e tutte le mie vecchie passioni si affievolirono fino a scomparire. Ma mai per un attimo dimenticai la sofferenza di tutti gli altri animali, umani e non. Sentivo i lamenti di mia madre, ma piangevo per i lamenti suoi e del mondo. Perché, come sentii dire una volta, i lamenti di mia madre sono i lamenti di ogni essere vivente che soffre.
Perché questo fu l'insegnamento di grande umiltà che mia madre mi ha lasciato prima di andarsene. Senza cogliere appieno cosa ciò significasse diceva "Il dolore è dolore". Capiva finalmente che non possiamo mettere su di una scala il dolore Tuo dal dolore Mio, decidendo di ignorare il dolore Suo perché inferiore. Nelle parole di mia madre c'è l'insegnamento che tutti noi dovremmo ascoltare ed applicare. Sarebbe un mondo migliore.

Lo stare semplicemente seduti su un prato, a guardare ed ammirare sia il vecchio albero che sembra saperla lunga su cosa sta accadendo nel mondo, sia il germoglio di ghianda che timidamente cerca la luce, è fonte di piena felicità e soddisfazione. Tornare sullo stesso prato e scoprire che il profumo fresco di prato si è trasformato nel penetrante odore di clorofilla, oscura la luce nel cuore con una densa nuvola nera. I fiori sono spariti, regna il caos e la paura tra gli insetti, che sono rintanati e non si vedono più, e tutto, compreso il germoglio di ghianda, è morto sotto la falciatura spietata di una lama indifferente.
Vien da piangere in questi casi, e a volte ho pianto sul serio, col desiderio di consolare tutti i miei fratelli morti per mano di altri miei fratelli. Perché quel germoglio di ghianda, da quando l'ho conosciuto, è diventato mio amico, e ho capito che entrambi abbiamo la stessa madre, che è la terra. E l'uomo che falcia il prato è anch'esso mio fratello, ed io lo amo e lo perdono perché, come disse qualcuno di così citato e così poco seguito, "non sa quel che fa".
Descrivere a te, che leggi, queste esperienze, è davvero cosa di poco conto rispetto a quel che si prova vivendole in prima persona.
Afferrare un radicchio decapitato delle sue radici (perché le radici sono la sua testa), lasciato a morire su un tavolo da cucina, mi procurò una scossa in tutto il corpo. Scossa di orrore, scossa di terrore.
Mangiare una mela e morderne per sbaglio un seme mi fa chiudere gli occhi per pregare, per chiedere scusa alla vita che ho appena stroncato.
Consumare un innocente pasto di frutta ed essere guardato con perplessità da chi continua a divorare davanti ai miei occhi fratelli di ogni tipo, non capendo che addentando il cadavere di un pollo stanno addentando un essere innocente, nato vissuto e morto nel terrore.
Rimanere a bocca aperta davanti ad una patata o una cipolla germogliata, che gridano di voler vivere, che disperatamente tentano di non morire, suona una corda dentro di te che da tempo rimaneva silente.

Perché l'empatia - questo è ciò che ho imparato - non può fare reali distinzioni tra animali e umani, tra umani e vegetali, tra noi e loro, tra me e te. Empatia è riconoscere anche il più piccolo filo d'erba come vita, e vita in piena regola. E poco importa quanto per me quel filo d'erba sembri indifferente da vivo come da morto, perché per quel filo d'erba, la sua vita è la cosa più importante del mondo.
E come potrei ancora piangere per mia madre, se vedo ancora e ancora tanta sofferenza intorno a me?

E' da questa sofferenza incessante che ogni giorno mi circonda, che io traggo la forza per fare l'unica cosa sensata e realmente possibile. L'unica scelta che è davvero evoluzione: la non-violenza.
Questa nuova volontà si esprime (o prova ad esprimersi) attraverso di noi, e non è realmente il nostro volere, ma piuttosto è un volere divino, materializzato attraverso il nostro agire.
Ogni volta che vedo un bambino mangiare dal seno materno, sgranare gli occhi davanti una mela rossa, sorridere alla vista di una mucca, aiutare spontaneamente un fratello in difficoltà, la gioia e la speranza inondano il mio cuore senz'argini. Perché la non-violenza non è realmente una scelta, ma piuttosto la nostra più profonda natura.
E non è, né lo sarà mai, colpa di quel bambino, se nella vita gli verranno insegnate palesi bugie. Anche lui sarà una vittima di tutto questo mentire. Imparerà che mangiare un fratello che poco prima accarezzavi, è normale e giusto. Imparerà che è normale e giusto renderlo schiavo per rubare il suo latte, o le sue uova, o la sua pelle. Imparerà che dovrà competere nella vita, schiacciando tutti i piedi che troverà sulla strada, pur di guadagnar soldi e successo. Imparerà che la guerra (tra persone, gruppi, specie e nazioni) è naturale. Relegherà l'altruismo alla vecchiaia, non sapendo che tutta la sua vita sarà carica di dolore, malattia, disagio e inconsolabilità. Come potrebbe cambiare rotta in vecchiaia?
Cammino per strada e vedo così tante persone tristi, malate e spente.
Appartenere alla specie tra le più spiccatamente non-violente, e constatare il quotidiano massacro ch'essa perpetua indiscriminatamente, contrasta frettolosamente la speranza che a singhiozzi mi assale.

Decidere di arrivare a non esser più causa di male, questa è diventata la missione della mia vita. Ed è missione ardua, me ne rendo conto. Ma in fondo, qual'è l'alternativa? Passare i prossimi anni a pregare per un lavoro, per poi ottenerlo e, nella "migliore" delle ipotesi, mantenerlo fino alla pensione. Una vita fatta di schiavitù. Corriamo tutti per farci sequestrare dalle nostre vere vite per otto ore o più al giorno. E questa schiavitù è il lubrificante della terribile società che abbiamo costruito intorno a noi. Regalare il proprio preziosissimo tempo in cambio di istruzione prima e soldi poi, che ti serviranno ad acquistare cose inutili o superflue, e che avranno reso schiave altre persone, durante la produzione e il trasporto.
Sento i miei fratelli che, schiavi come noi ma sotto altre forme, reclamano in silenzio la propria libertà, tra una scarpa da ginnastica e l'altra.
E il lavoro dovrebbe nobilitare l'uomo? Ma per piacere! L'uomo dovrebbe semplicemente vivere, e vivere a pieno regime. E invece è relegato alla sopravvivenza, e per di più deve pagare un salato prezzo per vivere quel briciolo di "vita" che non regala.

Percorrendo la strada della non-violenza, sono arrivato a pormi quesiti che mai prima d'ora avevo affrontato. Ogni giorno mi vengono poste domande di ogni genere. Nonostante le sempreverdi che sempre resistono all'usura del tempo, a volte capita che mi venga chiesto circa qualcosa sulla quale non avevo mai riflettuto, e sulla quale non avevo dunque fatto mai ricerca. Mai una volta mi sono trovato a non poter rispondere, o a farlo con difficoltà. Perché la verità è che ogni nostra risposta è chiusa dentro di noi. E dentro ognuno di noi c'è un'anima non violenta, che soffre per gli orrori che vede costantemente. Nessun problema può essere spiegato, compreso e risolto, se non ricorrendo alla nostra logica naturale.

Sto imparando a camminare scalzo. In realtà, sto imparando a camminare per la prima volta, perché finora ho camminando trascinandomi dietro piedi e protesi (le scarpe), accumulando sofferenza sotto ogni punto di vista. La schiena si è compromessa e i denti hanno perso la loro originale perfezione. Tutto in nome della tradizione e del vivere "civile". E, in nome dello stesso falso principio di decenza, vengo attaccato per la mia indecenza. Ma quale indecenza? Ho deciso di usare i piedi per camminare, nulla di più.
Entrare scalzo su un prato e pensare di salutarlo suscita sulle prime un certo sbigottimento. Ma la connessione spirituale con la nostra madre terra, anche grazie al collegamento che inevitabilmente mantengo grazie a piedi non isolati da artificiose assurdità, è qualcosa di vivido e forte, ora.
Sentire la costante presenza di questa connessione è qualcosa che non può essere spiegato realmente, come tutte le cose importanti.

Di scelte ne ho fatte tante e tante ne farò in futuro. Ho ad esempio deciso di non tagliare più i capelli. Continuano a crescere, e noi ostinatamente continuiamo a tagliarli relegandoli a inutile scarto. E quale scarto impiegherebbe mai tanto costante impegno? Io non so a cosa possono servire i nostri capelli, lunghi. So per certo, però, che sono lì per qualche motivo, e qualunque questo sia, è sufficiente. Lascerò che i capelli crescano come Natura vuole, scoprendo una bellezza che è bellezza in quanto espressione della natura stessa, la mia. Sto lasciando crescere e spezzare spontaneamente le unghie, e so che un giorno inizierò questo percorso anche con la barba.
La mortificazione e il senso di vergogna che contemporaneamente provavo mentre, all'atto della mia ultima donazione di sangue, un'infermiera mi strofinava con l'alcool il braccio, mi ha fatto molto riflettere. Ho pensato che quella fosse follia, e ho chiesto perdono al mio corpo mentre l'ago rubava del prezioso sangue dalla mia vena. Qualche giorno dopo ho avvisato il centro che non avrei più effettuato donazioni.
Non ho bisogno di analisi, perché il mio corpo ha tutto ciò di cui ha bisogno. Sento il mio benessere, e lo sento crescere costantemente. Non ho bisogno che dotti ciechi mi dicano da cinque anni che le analisi sono "nella norma", non capendo e non vedendo che io finora non ho mai vissuto davvero.

Sono circondato da oggetti più o meno utili, più o meno superflui. In ogni caso, rimangono oggetti. Durante il mio percorso sto sentendo l'impellente necessità di liberarmi di tanta materialità.
Sto, mano a mano, gettando, riciclando, regalando, restituendo buona parte delle mie cose. Ovviamente non regalerei mai cose possedute in comune con altre persone, sia chiaro.
Ho buttato buste su buste di ricordini, bigliettini, lettere, vecchie carte di caramella e tanta di quella roba inutile che mi sono sentito oppresso quando mi sono reso conto di quanti oggetti ingombranti appesantivano la mia vita. Il senso di leggerezza che ho provato quando ho regalato il mio anello, al quale tanto tenevo, senza pensarci due volte, è qualcosa di descrivibile solo vagamente.
Sono sul percorso, e ad oggi non posso davvero definirmi dedito al non-possesso. Sicuramente al momento sto evitando di comprare cose nuove. Sto evitando anche i regali, e sono felice che io possa dirvi questo in tali circostanze. Accetto ben volentieri il vostro tempo in regalo, e accetterei ad esempio una passeggiata o un buon frutto. Tutto il resto lo accetterò, ma lo regalerò a mia volta, o lo restituirò al mittente se così desidererà.

Tutto ciò non per rendervi la vita impossibile, anzi! Vi sto dicendo che io sto bene così. Ora possiamo passare oltre tutte queste usanze create e mantenute per spillarci soldi, che ci costano tempo e fatica. Ma il problema non sono i soldi. O meglio, non in quanto pochi. Lessi in qualche libro che ora non ricordo:
"La vera ricchezza non consiste in quanti soldi hai, ma in quanto non hai bisogno di soldi".
E come potremmo mai lontanamente confutare questa verità? Il multimiliardario può sempre perdere tutti i suoi soldi, che sono la base della sua falsa - perché basata sulla materialità e non indipendente - felicità. Un digambara indiano, che fa della sua vita un'offerta, gira nudo ("vestito d'aria", digambara) e si ciba dei pasti che gli offrono sulla via. Ma, cosa più importante di tutte, lui non possiede altro che la sua vita.
Chi è più ricco? Chi può perdere tutto e diventare infelice, o chi è e rimarrà sempre felice?

Ed ecco che il tarlo mentale della paura torna a rosicchiare ciò che si è acceso in questo istante. Domande (o sorde affermazioni?) rimbombano nelle vostre teste e sulle vostre labbra. Le ho già ascoltate, centinaia di volte. Prima nella mia testa, poi sulle labbra degli altri, e a volte nelle loro teste. Ora, io sento la paura nei cuori dei miei fratelli.
No, non abbiate paura. La paura è il motore dell'economia. Abbiamo paura di non avere soldi, dunque ne accumuliamo. Abbiamo costantemente paura di finire sul lastrico, di ammalarci, di perdere qualcosa o qualcuno.
Ebbene, io vi sto parlando di un modo di vivere che renderà nulla questa paura, perché poggerà su pilastri completamente diversi.

Viaggerò, solo o in compagnia. Le tappe intermedie si vedranno, ma ciò che posso assicurare è che un giorno vivrò nella fascia tropicale. Africana, indiana, australiana, sudamericana, non so. L'importante è che sarò nella nostra fascia specie-specifica. Mangerò frutta di qualità, gratuita ed abbondante. Dormirò dove natura offrirà giaciglio. Non temerò la notte, perché si starà caldi e calmi, a guardare i pianeti e le stelle nel cielo. La pioggia sarà una tiepida doccia, e miei pochi e radi vestiti si asciugheranno dopo pochi minuti di sole.
Non abbiate timore per me, mi aspetta un futuro bellissimo.
Un futuro di libertà e piena vita, a contatto con mia madre, tornando e restituendomi completamente a lei.

Solo amore, vi avevo promesso, avrei espresso con le mie parole. E con amore ringrazio tutti coloro che stanno già, ognuno a proprio modo, provando a capirmi. I vostri sforzi non sono passati inosservati. Vi sono grato per questo.

Un po' per ironia, un po' perché non si sa mai, aggiungo che chiunque voglia seguirmi è libero di farlo. La libertà è attraente, e io abbraccerò qualunque fratello voglia arrivarci insieme a me.

Mai e poi mai esaurirei tutto me stesso in una singola lettera. Tuttavia, mi piace pensare che adesso voi abbiate un'immagine di me un po' più pacifica. Spero vivamente di lasciare sui vostri visi, con le mie ultime parole, un vago sorriso di tranquillità. Ma ancor di più spero di avervi regalato un po' della pace che provo io, più o meno costantemente, e spero di aver lasciato il vostro cuore un po' più sereno e leggero.

Con l'augurio che tu possa presto trovare Dio nel tuo cuore, io ti saluto.


Grazie per il tuo tempo,

Andrea


3 commenti:

  1. Molto toccante! Buon viaggio!

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  2. Non commento spesso, ma leggo sempre e vedo anche i tuoi video ora! Buon cammino caro Andrea, e grazie per la tua scrittura, ricca e riposante

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  3. Bella lettera, come già detto molto toccante. Non so se quello che tu proponi per te stesso sia effettivamente realizzabile, ma te lo auguro. Se non dovessi riuscire nei tuoi intenti non aver paura di tornare sui tuoi passi. Si può sbagliare. Nessuno conosce la verità delle cose ed anche se tutta la nostra vita potrebbe poggiare su di un errore, L errore non fa crollare una vita, semmai la stravolge e la cambia. L accettazione a volte può rivelarsi un ottimo compromesso per proseguire il nostro cammino. Anche se però non sappiamo bene dove stiamo andando. Forse un giorno lo sapremo. Auguri e che il tuo cuore sia sempre leggero e felice

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